«(…) Non è una parola privata, ma la parola che la storia, o forse solo gli avvenimenti dei nostri anni, ci ha lasciato. (…) C’è, inoltre, un bisogno di ricompattare la scrittura, non certo per un ritorno all’ordine o per una nostalgia del bel dire, che sarebbe niente, ma soltanto, e decisamente, per “ridare” un significato alla nostra condizione, dentro una confessionalità “spudorata” che trascina e commuove.»
PIERO MARELLI, dicembre 2017

«(…) La lingua di Luisa Pianzola è zeppa di situazioni fluide, sospese tra senso e non-ancora-senso. Direbbe il tecnico: è zeppa di situazioni produttive. E’ lingua viva, insomma. Vivissima. Ancora in fieri, in evoluzione permanente. Dove l’espressività prevale sulla mimesi.»
MARIO SANTAGOSTINI, 2015

« Una specie di abisso portatile è un libro pieno di cose e di umori, e quel verso “Chi lo sa perché si sentono questi passi domenicali,/ anche il lunedì” è un colpo d’ala.»
GIAMPIERO NERI, 15 luglio 2015

«Di Luisa Pianzola trovo interessante il rifuggire dalla nebulosa gratuità del poetico, il tentativo di creare parole-corpo, parole-oggetto. (…) La sua poesia, che non descrive ma si fa essa stessa fisionomia dei corpi e delle cose, mi ricorda un po’ Francis Ponge, un po’ Giovanni Boine (autore non molto letto ma di grande dinteresse, più di Campana, per me).»
VALERIA ROSSELLA, 2014

«(…) Una poetica che definirei di responsabilità verso il mondo, standone sempre a parte e tuttavia mai al di fuori, in una difficile prossimità. (…) Una cura chirurgica del dettaglio che fa de Il ragazo donna un tentativo riuscito di scrittura d’attenzione, secondo la grande lezione di Cristina Campo.»
ALESSANDRA PAGANARDI, 2013

«Il ragazzo donna, un impegno difficile e coraggioso.»
GIAMPIERO NERI, 21.05. 2012

«Non è, la scrittura di Luisa Pianzola, un esercizio oggi un po’ di moda di prosa poetica; anzi, essa è decisamente moderna per la capacità di far parlare e di descrivere la dinamica di un soggetto-oggetto smembrato, svuotato, trasformato, “animalizzato”, e per la capacità di portare nella pagina e nei versi ampiezze di mondo e di tempo (…). L’opera poetica di Pianzola viene così ad assumere un senso anche politico, oggi diremmo “biopolitico”, sulla realtà e sulla rappresentazione: minacciati da entrambe, ci troviamo tra due voragini, vediamo per barlumi, per abbagli, per visioni, accecati dalle merci e dagli oggetti, tra i quali ci sono anche gli essere umani medesimi, ci siamo noi.»
LORENZO GATTONI
, 2012

«Versi che dànno l’idea di ferita da azoto liquido, o forse di recisione del nervo, insomma di un pulsante dolore sottostante, cauterizzato o cicatrizzato dalla vita. Rendono molto bene alcune angosce del nostro tempo, e credo che la poesia abbia un grosso debito con il nostro tempo, nel senso che dovrebbe rimettere gabbiani e tramonti nel cassetto e tornare al centro dei problemi, senza retoriche ma con franchezza e crudezza.»
ROBERTO R.CORSI
, 2012

«Un’affidabile e sistematica presa delle cose, per denunciarne i nodi e gli snodi, attraversa i dettagli tagliandoli in pezzetti comodi da stendere sul tavolo, svelandone una volta per tutte l’essenza un po’ allarmante: con lo sguardo benevolo di Beckett e l’ultimo Montale. (…) Il male in Salva la notte viene “arato” con una concezione ecografica della scrittura, messo sotto una crosta che permetta sempre il passo, e la sua consistenza molle lasciata agli inferi se esistono, o comunque alle profondità: lingua naturale e determinata, che fa pensiero della propria scioltezza, e del pensiero cammino personale verso l’extraterritorialità della prosa.»
ELIO GRASSO, 2011

«Dietro l’apparente linearità del verso si nascondono eventi formali, immagini, emozioni interiori (espresse con estremo pudore) di rara misura. (…) Si potrebbe dire di realismo magico, di onirismo metafisico, e di costrutto ironico se non si rischiasse di cadere in luoghi comuni troppo datati. E fuorvianti. C’è una originalità di invenzione discorsiva e immaginifica, accompagnata dalla raffinatezza dell’eloquio che sinceramente coinvolge.»
GIO FERRI, 2010

«(…) Vediamo che la sintassi, spesso paratattica, ha un ritmo spezzato, quasi meccanico, tanto che tutta la poesia sembra costituita su una sorta di economia dell’autocontrollo, per farsi da un lato mimetica del reale, ma dall’altro anche capace di trivellare la superficie per svelarne il fondo oscuro, insignificante.»
GABRIELA FANTATO, 2010

«(…) Tu che ti aggiri, camminatrice notturna, per le strade cittadine, corpo e fantasma di un puzzle che non sai più ricomporre, danza macabra da superstite nell’ultimo giorno. Sono belli quei frammenti di silenzio, gli occhi appesi come un grido, il chiarore che sbaraglia, i piedi puntati al ritorno, le fughe in avanti o di lato (…) Quel nucleo infantile di smarrimento che non sentenzia, lo sguardo stupito alla taranta, quell’essere lasciata senza via, quel giro a vuoto della piazza, quella nascita anche minima, da morituri.»
MILO DE ANGELIS
su Salva la notte, 28.07. 2009

«Luisa Pianzola è una delle rare autrici italiane in grado di dare una voce credibile al dolore. Che è spesso rarefatto, diffuso, ottuso, immotivato. Non per questo meno devastante (…) I poemetti in prosa o versi liberi sono attraversati da inquietudini sottilissime, invadenti. (…) Il dolore non viene mai espresso, nominato o dichiarato con enfasi: è sempre imminente, in arrivo e non ancora arrivato, certo nascosto nelle pieghe di gesti, eventi, parole, paesaggi.»
MARIO SANTAGOSTINI, 2008

«(… ) il poeta dice per ciascun altro, a nome di tutti, il nostro essere mortali parlanti, interpretanti, musicanti, come i suonatori di Brema, affamati e al centro d’ogni cosa che conta: il ritmo. (…) così fa Luisa Pianzola, costruendo il centro (per sé e per ciascuno di noi) a partire dal mattoncino sillabico desublimato, dall’attenzione puntuale per le zone d’ombra, dall’affetto verso gli autori prediletti, dalla trasformazione del ricordo in occasione sapienziale, alleggerita da un’ironia figlia dell’intelligenza e del pudore.»
STEFANO GUGLIELMIN, 2008

«(…) La poesia d’inizio (in La scena era questa, 2006) è una delle più belle poesie scritte in questi anni, trovata per abbandono e sostenuta dalla forza delle immagini che, in Luisa Pianzola, non sorgono mai a casaccio: “Ero un cane in fin di vita. / Ero un cane in un cortile in fin di vita / ma poi venivano le rondini i guardiani / e il cane che ero non moriva.” (…) Una poesia che arriva per tranquilla inquietudine e furibonda pacatezza, come una nuova e sicura via da visitare: cercare.»
STEFANO RAIMONDI, 2006

«(…) Ricorrono le rappresentazioni di estraniazione nell’altro, o di estraniazione a sé. Che è un modo, al tempo stesso, di mettere in questione la propria identità, e di riaffermarla problematicamente: attivando la pietas, ma scongiurando ogni cedimento.»
GIANNI TURCHETTA, 2006

« (…) Si vede bene che l’esperienza si deposita sulla pagina in immagini la cui concretezza le fa sembrare quasi cose, dando loro una sorta di consistenza fisica che impegna il lettore in un vivo attrito. (…) Nell’insieme, trovo ben aprezzabile la pronuncia fiera e intensa della sua poetica, la fisionomia elegantemente, volutamente opaca della sua scrittura, ricca di energia e di sorprese.»
MAURIZIO CUCCHI, 2003

«(…) In ultimo un quasi commiato (dalle battaglie, dalla poesia?), con l’affanno, il tremore della scampata e una grazia infantile che rimanda a Vivian Lamarque: “Grazie, ringrazio tutti/tutti coloro che mi hanno amato (…) ringrazio i devoti e i cattivi / che mi hanno risparmiato, / i cattivi che mi hanno risparmiato”.»
PIERA MATTEI, 2003